Abstract dell’ intervento di Nicoletta Dentico al Forum 3 Dicembre

Per cambiare l’ordine delle cose
Forum 3 dicembre 2017
Intervento di Nicoletta Dentico, Fondazione Finanza Etica


GRAZIE! Grazie per avermi invitato a questo appuntamento così importante e necessario. Insieme a voi vivo con grande entusiasmo, e anche con senso di responsabilità, il fatto di essere qui.

Oggi, questo è il luogo della politica che
  • sa guardare in faccia la realtà e non teme di chiamarla per nome;
  • sa aprirsi, sa allargare l’orizzonte delle intelligenze, come cifra per affrontare la contemporaneità, e gli elementi di complessità che la connotano;
  • sa farsi domande, non per il gusto di discettare su scorciatoie a breve termine (il malefico short-termism della politica istituzionale) ma per cercare risposte concrete, di lunga gittata, senza arrendersi.
Risposte costituzionali, fondate sul diritto di tutte e tutti di avere diritti.
E a proposito, forse vale la pena di rileggere insieme l’articolo 10 della nostra Costituzione, quella che proprio un anno fa tornavamo a salvaguardare, per riprendere il filo del nostro ragionamento sulle persone migranti, nel tempo della globalizzazione:

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per motivi politici


La protezione dello straniero, in questa norma, viene precisata attraverso la lente delle “libertà democratiche” che sono il nucleo inscalfibile dei diritti della persona, definiti e misurati con il metro costituzionale italiano, che dilata le ragioni del rifugio. Diritti politici e civili, certo, ma anche diritti economici e sociali - diritto al lavoro, diritto alla salute, diritto allo studio. Un assunto che contraddice e sbriciola alla radice, almeno nel nostro Paese, la distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici o migranti tout court, una distinzione iterata come un mantra specioso e un po’ assurdo, oltre che antistorico – anche la fame, la miseria o la malattia sono forme di persecuzione - ma ormai dolorosamente acquisito purtroppo dalle stesse Nazioni Unite, che dovrebbero invece difenderli, sempre e comunque, i diritti delle persone migranti.
 
Mi è stato chiesto di illuminare una prospettiva un po’ diversa sul tema, quella che tocca gli aspetti dell’economia e le dinamiche della finanza mondiale. Parliamo di soldi, dunque. Quei soldi che, ci dicono, non sono disponibili. Non ci sono, i soldi. Non ci son soldi per far nulla in questo paese, ci avete fatto caso?, se non per comprare armi, e salvare maldestramente banche gestite da gente senza scrupoli. Peccato però che i pochi soldi a disposizione siano utilizzati, male, per speculare sulle migrazioni e innescare una guerra feroce contro le persone migranti ispirata alla logica della emergenza (dopo oltre venti anni!!!) e della sicurezza (sicurezza di chi?), una guerra inefficace e pericolosa che drena molti soldi di noi contribuenti senza fermare gli sbarchi. Una guerra che invece alza la posta, soprattutto la posta dei diritti. Anche i nostri diritti.

A proposito di soldi. Possiamo cercare nella finanza e nella economia, le ragioni di questo esodo? Lo dice bene Warren Buffet, uno dei massimi esperti della finanza mondiale e tra gli uomini più ricchi al mondo (tanto per darvi un’idea, era il secondo uomo più ricco del mondo quando, nel 2006, ha deciso di donare al primo uomo più ricco del pianeta, Bill Gates, 36 miliardi di dollari perchè la sua agenzia filantropica Bill & Melinda Gates Foundation rafforzasse la propria capacità di azione nella agenda dello sviluppo, con cui ormai ha assunto un potere impareggiabile a livello globale).

Warren Buffet ha affermato qualche anno fa che “la lotta di classe esiste e noi l'abbiamo vinta”. Il termine “lotta di classe” è un po’ forte forse, certo nelle forme della comunicazione politica non lo vuole usare più nessuno. Grazie a Buffet possiamo usarlo senza rischiare di essere bollati come troppo ideologici, citiamo comodamente le sue parole. La lotta di classe non è mai stata tanto in voga come di questi tempi, lo dicono i numeri. Solo che le dimensioni del problema hanno assunto proporzioni inaudite e le forme del dominio si sono fatte impalpabili, lontane. Sempre più incontrollabili, in apparenza.
Lo riporta il Credit Suisse, la banca svizzera che ogni anno redige un rapporto fondamentale. Il rapporto sulla ricchezza globale. Un must read, credetemi. Questa i dati della piramide della ricchezza nel 2013:

                  Credit Suisse, Global Wealth Report  2013  



Con queste cifre qui, possiamo anche chiudere il discorso.

Migrano, uomini e donne del sud del mondo, perché vengono a riprendersi il maltolto. E’ evidente.

Questa rappresentazione così inequivocabile della patologia in cui versa il mondo - la piramide dei rapporti successivi al 2013 non è più così esplicita e di facile lettura – spiega tutto.

Peccato che sia alla fine quasi benevola, rispetto a quanto è successo negli anni successivi. I rapporti sulla ricchezza che son venuti dopo ci raccontano di situazione che è andata peggiorando.


Il Global Wealth Report del 2017 (pubblicato solo qualche settimana fa) registra la tendenza, irrimediabile in apparenza, di una forbice di distribuzione ancora più agghiacciante:

- lo 0.7% della popolazione sul pianeta controlla il 45,9% della ricchezza globale (non più solo il 41%);

- la ricchezza globale è cresciuta in media del 6,4% negli ultimi 12 mesi;

- una crescita più rapida dal 2012, e maggiore di quella demografica nel 2017;

- la ricchezza ha raggiunto la cifra record di 16,7 trilioni di $ solo nel 2017, ovvero 56,540 $ per persona adulta, se questi soldi fossero ripartiti equamente


(Anche l’Europa delle misure di austerity cresce, la media UE: + 6,4%.
Germania Francia Italia e Spagna nella vetta dei primi dieci paesi con la più elevata ricchezza.
La Svizzera il paese più ricco: dall’inizio del nuovo secolo la ricchezza in è aumentata del 130%!)

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Record storici, continua a ripetere il rapporto.

A dieci anni dalla crisi finanziaria del 2007 che ha devastato il mondo, orizzonti di nuova opulenza vengono disegnati con molta nitidezza.

Scusate, ma non eravamo senza soldi?

Il fatto è che di soldi non ce ne sono mai stati tanti in giro, nella storia dell’umanità.

Soldi rubati. Si calcolano da 21 a 32 trilioni di $ in asset finanziari nascosti nei paradisi fiscali, numeri inimmaginabili esenti da ogni forma di tassazione. I paradisi fiscali, isole del tesoro dove si nasconde una immane ricchezza offshore nelle disponibilità di 10 milioni di persone ad essere generosi, ad essere più rigorosi forse solo 100.000 (persone). Panama Papers, Paradise Papers, senza troppe distinzioni tra legalità e illegalità, e chi più ne ha più ne metta…
I soldi migrano eccome, si muovono da nord a sud e da sud a nord senza difficoltà di sorta.
Si tratta dello stesso sistema finanziario globale opaco e predatorio che ha sottratto dal solo continente africano – secondo le prime stime pubblicate nel Global Financial Integrity Report del 2008 – una cifra, molto prudente e conservativa, di 1,8 trilioni di $ dal 1970 al 2008 in giurisdizioni segrete, riciclaggio di soldi, conti anonimi, elusione fiscale. Una struttura finanziaria spaventosa che drena risorse monetarie, aumenta l’inflazione, riduce la possibilità del prelievo fiscale, minaccia il commercio, aumenta i flussi illeciti di denaro dal sud al nord del mondo. Il piano Marshall dal sud al nord del mondo, che come abbiamo visto continua ad arricchirsi. Out of Africa, per l’appunto.

Li chiamiamo “paesi poveri”, ma anche questa è una rappresentazione ambigua e fuorviante. Sono paesi depredati piuttosto. La sciagura più insoffribile dei popoli che abitano il sud globale è, casomai, la loro abbondanza, la ricchezza di risorse primarie che dai secoli della colonizzazione è stata fiutata e sfruttata da altri. Da poteri e gruppi di interesse localizzati perlopiù nel nord del pianeta. Un saccheggio senza soluzione di continuità che si è travestito nel tempo di legalità con le asimmetriche politiche di aggiustamento strutturale volute dalla Banca Mondiale e dal FMI, con i regimi di monopolio imposti poi dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, con la perdurante assenza di regolamentazioni per le imprese multinazionali, che nei paesi da cui provengono i migranti fanno il bello e il cattivo tempo (vogliamo parlare dell’ENI in Congo, tanto per stare a casa nostra? Vogliamo parlare della Shell contro il popolo Ogoni in Nigeria, di cui racconta in questi giorni Amnesty International? Vogliamo parlare dell’industria tessile in Asia? Sono solo alcuni esempi, ce ne sono molti altri…….)

E la Cooperazione allo sviluppo? Le hanno già raccontate alcuni prima di me, le ambiguità della cooperazione. Come ha scritto Marianne Groenemeyer nel suo capitolo del Dizionario sullo Sviluppo, “I tempi in cui gli aiuti aiutavano sono finiti”. L’evidenza empirica dimostra che il business degli aiuti serve a favorire all’80-90% i paesi cosiddetti “donatori” – per 1 euro investito in ODA dall’Europa, ne tornano 5 in Europa - e che solo una esigua fetta delle risorse va nelle tasche di quanti vengono chiamati, con semantica un po’ beffarda, “i beneficiari”. La cooperazione è divenuta una strategia di mediazione per assicurare che tutto resti com’è. Una specie di social bribing, di corruzione sociale che non muta per niente l’ordine delle cose. E’ il money power che detta legge, incluso il potere dei soldi della filantropia dei Bill Gates e Warren Buffet, che permette e favorisce l’entrata dirompente degli attori economici nella agenda dello sviluppo.
I soldi fanno girare il mondo, ma se girano dalla parte sbagliata finisce che il mondo si impalla con le sue patologiche disuguaglianze e le sue crisi – la prossima crisi finanziaria, al contrario di 10 anni fa, non sapremo neppure da quale paese verrà, dice un recente rapporto della Deutsche Bank – che causano la tossica atmosfera di guerre e instabilità geopolitica che avvolge il mondo.

L’ Età della Rabbia, come la definisce lo scrittore indiano Pankaj Mishra: un tempo di guerra civile globale dominato da un “mix intenso di invidia e senso di umiliazione ed impotenza”….. altro che obiettivi dello sviluppo sostenibile! “Questa economia uccide”, dice Papa Francesco.
La migrazione è il tema politico e sociale mondiale di questo nuovo secolo, e non basteranno manganelli, mare, muri e Minniti per fermare questo fenomeno.


Ma se c’è una rivoluzione mondiale cui guardare con speranza è quella dei dannati della terra che rovesciano il tavolo dei ricchi e rivendicano cibo, lavoro, dignità di persone e diritti, con la loro improvvisa presenza nella nostra società, che rompe il gioco del cinismo e dell’indifferenza. Senza il nostro riconoscimento del contributo che queste persone possono dare alla nostra riconquista della “civiltà costituzionale europea”, il nostro stesso destino di popoli del continente è tristemente segnato.

Grazie!